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Seconda Guerra Mondiale, il Museo di Danzica cancella gli eroi cattolici

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di Wlodzimierz Redzioch – Fonte la Nuova Bussola Quotidiana

La nuova direzione, voluta dal governo Tusk, del Museo della Seconda Guerra Mondiale (Danzica) ha fatto sparire dalla relativa mostra ogni riferimento al capitano Pilecki, a san Massimiliano Kolbe e alla beata famiglia Ulma. Una scandalosa scelta di “riscrittura” della storia.

Nella notte tra il 24 e il 25 giugno la nuova direzione del Museo della Seconda Guerra Mondiale, a Danzica (nella foto di Adam Kumiszcza, da Wikimedia Commons), ha fatto sparire dalla relativa mostra ogni riferimento agli eroi polacchi del periodo dell’occupazione tedesca della Polonia: il capitano Witold Pilecki, san Massimiliano Maria Kolbe e la beata famiglia Ulma. A informare l’opinione pubblica di queste scandalose azioni della nuova direzione del Museo, voluta dal governo Tusk, è stato Karol Nawrocki, presidente dell’Istituto della Memoria Nazionale. Si tratta di un palese tentativo di riscrivere la storia della Seconda Guerra Mondiale per sminuire da un lato le sofferenze del popolo polacco durante il conflitto e dall’altro far dimenticare le gravissime colpe degli occupanti tedeschi.

La Polonia vittima dell’espansionismo germanico

La millenaria storia del vicinato della Polonia e della Germania è segnata dall’espansionismo tedesco, con i polacchi come vittime. Questo espansionismo verso l’Europa orientale fu chiamato dagli stessi tedeschi con l’espressione “Drang nach Osten” (Spinta verso l’Est). L’ultimo capitolo militare di tale processo cominciò l’1 settembre 1939 con l’aggressione armata della Germania di Hitler alla Polonia che segnò l’inizio ufficiale della Seconda Guerra Mondiale.

L’occupazione tedesca della Polonia era finalizzata allo sterminio della nazione polacca per colonizzare le sue terre e annetterle al Terzo Reich. La Germania implementava gradualmente questo piano distruggendo l’élite intellettuale della nazione, appropriandosi delle risorse materiali, agricole e industriali polacche, sfruttando la Polonia come fonte di materie prime e manodopera a basso costo. Durante l’occupazione tedesca la gente veniva spostata forzatamente, arrestata durante le retate e uccisa. Ma i polacchi non si arresero e organizzarono una crescente resistenza contro gli occupanti, che rispondevano con repressioni brutali e arresti di massa.

Gli occupanti tedeschi erano preoccupati per il fenomeno del sovraffollamento delle carceri. Alla fine del 1939 l’ispettore della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza di Breslavia, l’SS-Oberführer Arpad Wigand, fece la proposta di organizzare un campo di concentramento alla periferia della città polacca di Oświęcim, il cui nome fu cambiato dai tedeschi in Auschwitz. Wigand pensava che i prigionieri di Auschwitz potessero essere collocati quasi immediatamente nelle baracche, ivi esistenti, lasciate dall’esercito polacco. L’area dava anche la possibilità di espandere in futuro il campo e isolarlo dal mondo esterno. Per di più esisteva un comodo collegamento ferroviario. Il 14 giugno 1940 i tedeschi portarono dalla prigione di Tarnów 728 polacchi che divennero i primi prigionieri di Auschwitz. Solo successivamente cominciò un vero e proprio sterminio della popolazione ebraica.

La Polonia, durante i secoli, è stata uno dei Paesi più accoglienti per gli ebrei: lo conferma il fatto che prima della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei erano circa 3,5 milioni: il 10% della popolazione polacca. La popolazione ebraica della Polonia occupata dai tedeschi fu colpita da numerosi atti di discriminazione: rimozione dal lavoro, divieto di frequentare scuole e università, obbligo di portare sui vestiti una stella gialla, costrizione al lavoro forzato, creazione di distretti isolati (ghetti) che facilitarono lo sterminio per fame e il saccheggio delle proprietà ebraiche. Nel 1941 i tedeschi decisero di eliminare gli ebrei e l’anno successivo svilupparono il “piano generale di sterminio” di 11 milioni di ebrei in Europa. Siccome una parte importante degli ebrei europei abitava in Polonia, i tedeschi organizzarono, nelle aree occupate del Paese, campi di sterminio per gli ebrei. Il campo di Auschwitz fu gradualmente ampliato. Birkenau (Auschwitz II), dove furono costruite camere a gas e forni crematori, divenne il principale luogo di sterminio di massa di circa 1,1 milioni di ebrei provenienti da tutta Europa, nonché di 140-150 mila polacchi, 23 mila rom, 12 mila prigionieri di guerra sovietici.

Witold Pilecki, volontario ad Auschwitz e martire dei comunisti

Nella Polonia occupata dai tedeschi esisteva un ben organizzato movimento di resistenza, anche armata. Nel 1940 i vertici della resistenza volevano scoprire che cosa succedesse nel campo di prigionia appena aperto dagli occupanti ad Oświęcim. Bisognava mandare qualche volontario dentro il campo perché non c’era un’altra possibilità di sapere che cosa facessero i tedeschi lì. Il volontario che decise di accettare quella missione apparentemente impossibile si chiamava Witold Pilecki, capitano di cavalleria, impegnato nella resistenza dopo la disfatta della Polonia nel 1939. Non era un uomo spericolato: questo soldato esemplare, cattolico devoto, era felicemente sposato, padre di due figli, amava l’arte (scriveva poesie e dipingeva), parlava perfettamente il francese, il tedesco e il russo. Ma Pilecki, da militare, accettò questo grandissimo rischio per il senso del dovere e per il patriottismo, che contemplava anche l’estremo sacrificio.

Il 19 settembre 1940, quando aveva 39 anni, si fece arrestare sotto falso nome dalla Gestapo. Qualche giorno più tardi, davanti a questo “prigioniero volontario”, si spalancarono le porte del campo di concentramento di Auschwitz. Lo scopo della sua missione era organizzare il movimento di resistenza anche lì, in quel luogo dannato, e far sapere all’esterno cosa accadesse esattamente nel campo.

Il suo fu il primo documento arrivato agli Alleati dai campi di concentramento. I suoi rapporti venivano recapitati, tramite una catena di corrieri, al governo polacco in esilio a Londra, che successivamente informava le cancellerie dei Paesi alleati, in primo luogo quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Tali rapporti riguardavano le sorti dei prigionieri di guerra e lo sterminio degli ebrei. Malgrado fame, lavoro massacrante, percosse, polmonite e tifo, Pilecki riuscì nella sua “missione impossibile” grazie alla sua salute di ferro, astuzia, abilità e molta fortuna. Pilecki rimase ad Auschwitz quasi mille giorni: nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1943 riuscì ad evadere dal famigerato campo di concentramento.

Successivamente, partecipò alla rivolta di Varsavia del 1944 soppressa in modo sanguinoso dai tedeschi che distrussero la città. Alla fine della guerra (1945) Pilecki si recò in Italia per raggiungere il II Corpo polacco del generale Władysław Anders, protagonista della liberazione della Penisola insieme alle armate alleate.

Purtroppo, alla Polonia liberata dai tedeschi fu imposto il nuovo regime, questa volta comunista. I nuovi governanti comunisti avviarono un processo di sovietizzazione, combattendo allo stesso tempo l’opposizione interna con incarcerazioni, fucilazioni e deportazioni dei resistenti delle diverse formazioni dei partigiani “bianchi” dell’Armata nazionale (AK). Pilecki si offrì volontario per tornare in patria per riorganizzare la resistenza che, già antinazista, divenne anticomunista. Si infiltrò nei servizi di sicurezza comunisti e inviava rapporti al governo polacco in esilio. Purtroppo fu scoperto, ma non volle lasciare il Paese perché in Polonia aveva la moglie e i due figli. Venne arrestato e condannato a morte in un processo-farsa.

Il 25 maggio 1948 fu giustiziato con un colpo alla nuca in una cella della prigione di Varsavia e il suo corpo fu sepolto in un luogo segreto. Fu riabilitato nel 1990. Poi, con la «Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» si è chiesto a tutti gli Stati membri dell’Unione europea di celebrare ogni 25 maggio (il giorno della fucilazione) la memoria di Pilecki, un eroe che si oppose ad ogni tipo di totalitarismo.

1. Continua

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di Wlodzimierz Redzioch – Fonte la Nuova Bussola Quotidiana

La nuova direzione, voluta dal governo Tusk, del Museo della Seconda Guerra Mondiale (Danzica) ha fatto sparire dalla relativa mostra ogni riferimento al capitano Pilecki, a san Massimiliano Kolbe e alla beata famiglia Ulma. Una scandalosa scelta di “riscrittura” della storia.

Nella notte tra il 24 e il 25 giugno la nuova direzione del Museo della Seconda Guerra Mondiale, a Danzica (nella foto di Adam Kumiszcza, da Wikimedia Commons), ha fatto sparire dalla relativa mostra ogni riferimento agli eroi polacchi del periodo dell’occupazione tedesca della Polonia: il capitano Witold Pilecki, san Massimiliano Maria Kolbe e la beata famiglia Ulma. A informare l’opinione pubblica di queste scandalose azioni della nuova direzione del Museo, voluta dal governo Tusk, è stato Karol Nawrocki, presidente dell’Istituto della Memoria Nazionale. Si tratta di un palese tentativo di riscrivere la storia della Seconda Guerra Mondiale per sminuire da un lato le sofferenze del popolo polacco durante il conflitto e dall’altro far dimenticare le gravissime colpe degli occupanti tedeschi.

La Polonia vittima dell’espansionismo germanico

La millenaria storia del vicinato della Polonia e della Germania è segnata dall’espansionismo tedesco, con i polacchi come vittime. Questo espansionismo verso l’Europa orientale fu chiamato dagli stessi tedeschi con l’espressione “Drang nach Osten” (Spinta verso l’Est). L’ultimo capitolo militare di tale processo cominciò l’1 settembre 1939 con l’aggressione armata della Germania di Hitler alla Polonia che segnò l’inizio ufficiale della Seconda Guerra Mondiale.

L’occupazione tedesca della Polonia era finalizzata allo sterminio della nazione polacca per colonizzare le sue terre e annetterle al Terzo Reich. La Germania implementava gradualmente questo piano distruggendo l’élite intellettuale della nazione, appropriandosi delle risorse materiali, agricole e industriali polacche, sfruttando la Polonia come fonte di materie prime e manodopera a basso costo. Durante l’occupazione tedesca la gente veniva spostata forzatamente, arrestata durante le retate e uccisa. Ma i polacchi non si arresero e organizzarono una crescente resistenza contro gli occupanti, che rispondevano con repressioni brutali e arresti di massa.

Gli occupanti tedeschi erano preoccupati per il fenomeno del sovraffollamento delle carceri. Alla fine del 1939 l’ispettore della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza di Breslavia, l’SS-Oberführer Arpad Wigand, fece la proposta di organizzare un campo di concentramento alla periferia della città polacca di Oświęcim, il cui nome fu cambiato dai tedeschi in Auschwitz. Wigand pensava che i prigionieri di Auschwitz potessero essere collocati quasi immediatamente nelle baracche, ivi esistenti, lasciate dall’esercito polacco. L’area dava anche la possibilità di espandere in futuro il campo e isolarlo dal mondo esterno. Per di più esisteva un comodo collegamento ferroviario. Il 14 giugno 1940 i tedeschi portarono dalla prigione di Tarnów 728 polacchi che divennero i primi prigionieri di Auschwitz. Solo successivamente cominciò un vero e proprio sterminio della popolazione ebraica.

La Polonia, durante i secoli, è stata uno dei Paesi più accoglienti per gli ebrei: lo conferma il fatto che prima della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei erano circa 3,5 milioni: il 10% della popolazione polacca. La popolazione ebraica della Polonia occupata dai tedeschi fu colpita da numerosi atti di discriminazione: rimozione dal lavoro, divieto di frequentare scuole e università, obbligo di portare sui vestiti una stella gialla, costrizione al lavoro forzato, creazione di distretti isolati (ghetti) che facilitarono lo sterminio per fame e il saccheggio delle proprietà ebraiche. Nel 1941 i tedeschi decisero di eliminare gli ebrei e l’anno successivo svilupparono il “piano generale di sterminio” di 11 milioni di ebrei in Europa. Siccome una parte importante degli ebrei europei abitava in Polonia, i tedeschi organizzarono, nelle aree occupate del Paese, campi di sterminio per gli ebrei. Il campo di Auschwitz fu gradualmente ampliato. Birkenau (Auschwitz II), dove furono costruite camere a gas e forni crematori, divenne il principale luogo di sterminio di massa di circa 1,1 milioni di ebrei provenienti da tutta Europa, nonché di 140-150 mila polacchi, 23 mila rom, 12 mila prigionieri di guerra sovietici.

Witold Pilecki, volontario ad Auschwitz e martire dei comunisti

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Il 19 settembre 1940, quando aveva 39 anni, si fece arrestare sotto falso nome dalla Gestapo. Qualche giorno più tardi, davanti a questo “prigioniero volontario”, si spalancarono le porte del campo di concentramento di Auschwitz. Lo scopo della sua missione era organizzare il movimento di resistenza anche lì, in quel luogo dannato, e far sapere all’esterno cosa accadesse esattamente nel campo.

Il suo fu il primo documento arrivato agli Alleati dai campi di concentramento. I suoi rapporti venivano recapitati, tramite una catena di corrieri, al governo polacco in esilio a Londra, che successivamente informava le cancellerie dei Paesi alleati, in primo luogo quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Tali rapporti riguardavano le sorti dei prigionieri di guerra e lo sterminio degli ebrei. Malgrado fame, lavoro massacrante, percosse, polmonite e tifo, Pilecki riuscì nella sua “missione impossibile” grazie alla sua salute di ferro, astuzia, abilità e molta fortuna. Pilecki rimase ad Auschwitz quasi mille giorni: nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1943 riuscì ad evadere dal famigerato campo di concentramento.

Successivamente, partecipò alla rivolta di Varsavia del 1944 soppressa in modo sanguinoso dai tedeschi che distrussero la città. Alla fine della guerra (1945) Pilecki si recò in Italia per raggiungere il II Corpo polacco del generale Władysław Anders, protagonista della liberazione della Penisola insieme alle armate alleate.

Purtroppo, alla Polonia liberata dai tedeschi fu imposto il nuovo regime, questa volta comunista. I nuovi governanti comunisti avviarono un processo di sovietizzazione, combattendo allo stesso tempo l’opposizione interna con incarcerazioni, fucilazioni e deportazioni dei resistenti delle diverse formazioni dei partigiani “bianchi” dell’Armata nazionale (AK). Pilecki si offrì volontario per tornare in patria per riorganizzare la resistenza che, già antinazista, divenne anticomunista. Si infiltrò nei servizi di sicurezza comunisti e inviava rapporti al governo polacco in esilio. Purtroppo fu scoperto, ma non volle lasciare il Paese perché in Polonia aveva la moglie e i due figli. Venne arrestato e condannato a morte in un processo-farsa.

Il 25 maggio 1948 fu giustiziato con un colpo alla nuca in una cella della prigione di Varsavia e il suo corpo fu sepolto in un luogo segreto. Fu riabilitato nel 1990. Poi, con la «Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa» si è chiesto a tutti gli Stati membri dell’Unione europea di celebrare ogni 25 maggio (il giorno della fucilazione) la memoria di Pilecki, un eroe che si oppose ad ogni tipo di totalitarismo.

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